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by Fierabràs il Ieri alle 14:27:13
Sulla crisi profonda dell’università la lettera dello studente Stefano Caffari, la risposta di Ugo Mattei e una nota di Alessandro Dal Lago, da Il manifesto del 29 luglio 2010

L'insostenibile degrado del sapere
di Stefano Caffari

È davvero possibile mantenere anche solo la speranza, quando nessuna delle parti chiamate in causa in una lotta sono minimamente dalla parte della ragione e/o della correttezza? Una battuta fatta l'altro giorno tra amici mi ha fatto molto riflettere: «La Gelmini non sa neanche di cosa parla e taglia.. Ma pensa se conoscesse davvero quello che capita dentro l'Università cosa cazzo succederebbe». Apparentemente è un'esagerazione, ma più passano i giorni più mi convinco di quanto questa frase sia profondamente e drammaticamente veritiera. Ho finito ormai da un anno il mio percorso universitario, e nei cinque anni passati dentro questa istituzione ne ho viste di cotte e di crude e di qualsiasi tipo immaginabile. Ho visto una profondissima arretratezza culturale, un immobilismo vergognoso, la parola barone evocata in ogni sua possibile accezione. Insomma, in questi anni mi sono reso davvero conto di quanto questo sistema sia marcio e malato, basato su un gruppo di potere il cui unico e solo interesse è il mantenimento dello status quo, in qualunque senso: non ho mai visto un'innovazione didattica che una in 5 anni, nessuno spirito di ricerca e aggiornamento dei propri programmi e insegnamenti, profondo disprezzo per gli studenti avvertiti come un fastidio e un urticante obbligo di interazione quotidiana. Magari è sempre stato così, del resto lo stereotipo dei «bei tempi andati» è sempre in agguato. Ma il peggioramento è visibile, e chiunque se ne rende conto.

L'altro aspetto speculare a tale marciume sono gli studenti, naturalmente. La società berlusconiana ha intaccato profondamente tutti, e intendo veramente TUTTI. L'Università è per gli studenti non un luogo di istruzione superiore ma un supermarket di crediti e punti da sfangare nel modo più semplice possibile, con l'esame più «fattibile», con il «prof più buono». Sono poche le persone che cercano di far capire come l'Università invece vada vissuta con spirito critico e conoscitivo, ma sono sommerse da una valanga di arroganza e pressappochismo che vede negli studenti un'onda montante sempre più preponderante.

I professori dal canto loro, che si fingono vittime di tale processo storico, hanno responsabilità gravi e pesantissime, perché vivono l'Università esclusivamente come il proprio orticello di potere dove sperimentare quotidianamente guerre fra bande alla ricerca di Potere&Prestigio, meglio ancora se sulle spalle del lavoro di numerosi e servili sottoposti. Sono questi professori, che si stracciano fintamente le vesti in realtà non protestando mai davvero quando la politica taglia fondi su fondi (peccato che molti di loro poi siano la politica, ma questo è un altro discorso, immagino), che da decenni distruggono Facoltà storiche creando corsi di laurea barzelletta con l'unico scopo di attirare più studenti possibili, rendendo l'Università un gigantesco baraccone dove non viene offerta un'istruzione ma venduto un prodotto. Gli studenti, già con la mente e la vita distrutta da una società totalmente nichilista si affacciano in questo scenario e l'unica cosa che possono materialmente fare è adattarvisi, perpetuando il mercato e non essendo assolutamente coscienti di quelli che sarebbero i propri diritti-doveri dentro questa istituzione. Ho conosciuto solo due professori, tra centinaia e centinaia, che in cinque anni si smarcavano da questo sistema. Lorenzo e Simone. Mi dispiace Università, ma ti guardo con le lacrime agli occhi, come uno che per sei anni si è spezzato la schiena e sudato e pianto tanto per migliorarti, e ti vedo senza speranze.

Stefano Caffari


La risposta di Ugo Mattei

Caro Stefano, ho letto due volte la Tua lettera ed entrambe le volte ho terminato con le lacrime agli occhi. L'editoriale di Marco Bascetta («il manifesto» 24/7) descrive, in un' idea di riformismo fine a se stessa propria dei liberisti di sinistra, le radici di questo disastro. L'Università italiana, prima del trionfo del pensiero unico aziendalista (scimmiottato dagli Stati Uniti e amplificato oscenamente dalla destra e dai suoi consulenti accademici «di sinistra» alla Giavazzi), offriva una buona cultura di base critica.

Quando mi sono laureato io (1983) non esistevano né il dottorato di ricerca né le lauree triennali. Gli studenti italiani primeggiavano nei masters e nei Phd di tutto il mondo. Ci avevano dotati di un buon sapere di base. Poi per «competere» nel mondo globale abbiamo inventato il primo ed il terzo livello. Si è trattato di decisione sciagurata. Ben pochi dottorati in Italia formano davvero giovani leve accademiche garantendo standards qualitativi seri. E il 3+2 ha fatto lo spezzatino delle vecchie lauree quadriennali immolandole all' europeismo filo-atlantista dominante (il famigerato processo di Bologna) senza che fosse a nessuno chiaro perché il sistema non andasse bene. Idem per i concorsi universitari. Il sistema nazionale non funzionava? Invece di aggiustarlo si è scelta la scorciatoia del localismo che ha aperto le porte dell' insegnamento a tutti quei baroncini malvagi e scempi che tu lamenti. Per gli studenti non molto è cambiato. Purtroppo la deriva piccolo borghese della società colpisce maggiormente i suoi anelli più deboli e gli studenti (dopo la macellazione dei licei) lo sono. Nessun movimento dopo il '77 ha avuto un vero impatto politico e la Pantera che per un po' ha fatto sperare è finita in un nulla di fatto.

Poi ci sono quelli come Lorenzo e Simone e quelli come te. Tu scrivi benissimo, qualcuno deve averti insegnato a pensare in modo così lucidamente critico! (forse all'Università? Forse la lettura del «manifesto»?). Io di studenti come te ne conosco tanti, magari il 10-20%... Non tantissimi ma credimi sufficienti dopo la Rivoluzione (per la quale non esiste alcun motivo razionale per smettere di battersi con tutte le proprie forze in questo mondo orribile) per creare la classe dirigente del mondo nuovo! Io di colleghi come Lorenzo e Simone ne conosco parecchi, spesso proprio in quelle università piccole che adesso è di gran moda considerar ragione di ogni male. Poi qualcuno arriva anche a quelle grandi e si porta il proprio anelito innovativo, certo reso difficile dalla situazione economica (non ci sono neppure i fondi per i libri e le riviste) e dall' atteggiamento sospettoso di troppi colleghi (sovente proprio di sinistra!).

Il sapere critico, come l'acqua, è un bene comune che va governato con mentalità «pubblica» anche nell'interesse delle generazioni future. L'Università, come gli acquedotti, è il sistema attraverso il quale il bene comune si diffonde consentendo la soddisfazione dei diritti fondamentali cui è collegato. Se gli acquedotti perdono e le Università fanno acqua, occorre ripararle, con uno sforzo comune inclusivo nell'interesse di quel bene comune che veicolano. Lo smantellamento o la ristrutturazione nell'interesse della concentrazione del profitto e del potere non sono una soluzione accettabile, né è accettabile rassegnarsi. Per l'Università come per l'acqua

Ugo Mattei


Università: Il pensiero unico della spesa, un male italiano
di Alessandro Dal Lago

L'aspetto più sconsolante del «dibattito» sul Ddl Gelmini sull'università è l'interesse esclusivo per le questioni della spesa, come se le virtù di bilancio fossero in grado, da sole, di ridare vita a un'istituzione che sta visibilmente morendo o, ciò che è la stessa cosa, trasformandosi in qualcosa di abissalmente lontano dai fini che tradizionalmente le vengono attribuiti. E questo è tanto più paradossale, quanto più i dati pubblicati ogni giorno mostrano che la spesa per studente, da noi, è tra le più basse in Europa. Come se, insomma, la cura per chi sta morendo d'inedia fosse il digiuno.

Ben pochi si interrogano su quello che l'università è diventata negli ultimi vent'anni, direi dall'epoca di Ruberti, e soprattutto sulle conseguenze delle varie «riforme», a partire da quella Berlinguer, per ciò che si fa (o si dovrebbe fare) davvero in università, ricerca e didattica. In questo senso, il nostro lettore della lettera a fianco descrive perfettamente la complicità di gran parte dei docenti e degli studenti nello sfruttare i miseri vantaggi di una pseudo-razionalizzazione al ribasso. Quanti professori, ormai, se ne lavano le mani dicendo «mi limito a fare il minimo indispensabile», oppure «mi imbosco fino alla pensione»? E quanti studenti concepiscono i loro obiettivi culturali, in questa atmosfera di depressione, come esclusiva ricerca di voti sempre più facili?

Io credo che tutto il male discenda dall'aver applicato meccanicamente all'università una logica opaca e posticcia («autonomia», «professionalità», ecc.) che non discende da alcuna cultura dell'efficienza (che in Italia non esiste, a partire dal mondo dell'impresa), ma dall'utopismo punitivo dei «riformatori». Si pensi solo alla sciagurata definizione degli studenti come «clienti», presente nei documenti di indirizzo della riforma nota come «3+2». Mentre da una parte si trasformava il sapere in calcolo di «crediti» e «debiti», dall'altra si strizzava l'occhio ai «clienti» facendo capire loro che, alla fine, nessuno li avrebbe bocciati più di tanto, purché non rompessero le scatole, non protestassero, si adeguassero al tran tran.

Oggi i ricercatori protestano giustamente perché le loro carriere sono bloccate, e tutti gli altri borbottano e mugugnano perché gli scatti di stipendio sono saltati, o perché li si vuole mandare in pensione prima (scaricando sull'Inpdap i loro oneri), perché non ci sono fondi, ecc. Ma perché non si sono mai ribellati di fatto alla miserabile aziendalizzazione degli atenei, alla contabilizzazione dei crediti, alla proliferazione insensata dei corsi, ai master mangiasoldi, alla vacuità dei dottorati, allo scollamento assoluto tra ricerca, un optional legato ormai alla buona volontà individuale e una didattica ripetitiva e massificata?

Il favore da cui il Ddl Gelmini è accolto dalla cosiddetta stampa indipendente e da tutto l'arco parlamentare descrive la connivenza generale nello strangolamento dell'università. Ma riflette anche la passività di gran parte del ceto accademico negli ultimi due decenni. E in fondo è l'espressione di quello che il paese è diventato, uno spazio privo di idee e progetti in cui la contabilità spicciola è diventata pensiero unico, a destra come a sinistra.
6 Visto | 0 Commenti
by Fierabràs il 14 Luglio 2010, 16:26:46

Il Magnifico Rettore della Sapienza ha deciso che i fuori corso o vanno dal tutor o pagheranno il 50% di tasse in più.

Ok.
Io per gli altri non posso parlare, ma vorrei far sapere al caro Frati perché io sono fuori corso.

Da quando sono uscita dal liceo ho fatto i soliti mille lavoretti per potermi pagare le mie cose: babysitter, commessa, segretaria. I grandi classici, insomma. E mi sono presa la Laurea triennale, con tanto di lode.

Poi ho fatto l'errore di iniziare a lavorare sul serio. In un ufficio "prestigioso", a fare un lavoro di merda per 9 ore al giorno e poco più di mille euri al mese. Era il lontano 2005 e nel frattempo, a fatica, ho finito gli esami mantenendo una buona media e sto studiando per scrivere la tesi. Come me ci sono altre centinaia di studenti molto più bravi che nonostante il lavoro hanno fatto tutto nei tempi giusti. Io non ne sono stata capace, ma non mi sento in colpa né mi sento un'idiota fallita.

Io da un tutor che mi aiuti a scrivere la tesi e finire 'sta tortura ci andrei anche subito, solo che attacco a lavorare alle 8 e stacco alle 17 e non so quale simpatico tutor sarebbe disposto ad aspettarmi o ad incontrarmi solo nel finesettimana.  Poi ci sono quei giorni che c'è più lavoro del solito e magari stacco alle 18 e la sola idea di aprire un libro mi fa stare male.

Va bene in qualche modo far uscire i fuori corso dall'Università, ma magari sarebbe anche il caso di cercare di capire perché sono lì. Non siamo tutti dei co****ni.

Conosco una marea di gente che a trent'anni sta ancora a fare un cazzo, a giocare a tresette al baretto della facoltà e a seguire gli stessi noiosissimi corsi e ne conosco altrettanta che invece lavora da sempre e quindi è normale che abbia ancora qualche esame da fare.

Frati forse non sa che l'Università costa. E non sono solo le tasse. Il costo dei libri è spesso proibitivo e ci sono decine di professori che ti schifano se ti presenti all'esame con le fotocopie o un libro col tagliandino della biblioteca.
Un giorno un assistente str****tto e probabilmente parecchio represso, alla mia domanda: "possiamo concordare un programma d'esame? Sa, io lavoro e non posso seguire le lezioni di mattina", m'ha risposto: "be', signorina, lei deve scegliere: o studia o lavora."
Ho provato a spiegargli nel modo più carino e tranquillo che conoscessi che non tutti possono fare "una scelta", ma non c'è stato verso.

Io, poi, ho scelto di lavorare per il mio personalissimo desiderio di indipendenza, visto che i miei avrebbero potuto mantenermi senza troppi drammi. Il fatto è che mi pareva eccessivo farmi pagare birra e cinema da chi mi stava già pagando tasse e libri. Ma ci sono amici che hanno dovuto lavorare, perché altrimenti non sarebbero mai andati nemmeno ad annusarla, l'aria viziata delle aule della Sapienza.

Questo però pare non conti e quindi mi toccherà pagare di più o trovare un tutor disposto a seguire i miei orari.

Quello che davvero mi brucia è essere accomunata ai mille nullafacenti figli di papà che non fanno un c***o dalla mattina alla sera.
Mi spiace, magari sarò lenta, ma sentirmi dire da Frati che "non voglio fare niente" mi manda in bestia.

LV

71 Visto
by Fierabràs il 18 Giugno 2010, 09:35:00

Messaggio dal prof. Lobera:


Il Presidente del Corso di Mediazione Linguistica e Interculturale, prof. Francisco Lobera Serrano, che quasi tutti conoscete, si è dimesso dal suo incarico ieri 17 giugno 2010.

286 Visto
by Fierabràs il 22 Maggio 2010, 12:54:00
 

“SAPIENZA” Università di Roma - Facoltà di Scienze Umanistiche

Corso di Studi in Mediazione linguistica e interculturale

Seconda giornata di confronto e discussione su studio, pratica e prospettive della mediazione linguistica e interculturale

 

venerdì 28 MAGGIO 2010 (ORE 14 AULA I)

 

ore 14.00  

»       Roberto Nicolai, Preside della Facoltà di Scienze Umanistiche

Francisco Lobera, Presidente del Corso di Studi in Mediazione Linguistica e Interculturale  

  

»       Franco Pittau, Coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione

L’esperienza di Caritas/Migrantes nell’ambito della Mediazione

»       Laura Mariottini, Ricercatrice e docente di lingua e traduzione spagnola Università “La Sapienza”

“Mano che porge rosa ne conserva la fragranza”. La cortesia nella pratica mediativa

»        Serena Zuccheri/Irene Minafra Docente di mediazione cinese Università “La Sapienza”/ Mediatrice culturale nel territorio di Roma

La Mediazione Interculturale: dalla teoria alla pratica

»       Visione del filmato “Dialoghi sull’Intercultura”

 

»       Stefano Caffari, Laureato in Mediazione Linguistico-Culturale e specializzando in tematiche interculturali

                L’insegnamento e il contesto della Mediazione nell’Università (e fuori).  Riflessioni e proposte

»       ore 17.30 – Dibattito e chiusura del corso

Questo pomeriggio di discussione e riflessione comune è dedicato a

TUTTI gli studenti del corso di studi in Mediazione linguistica e interculturale  

e a chiunque sia interessato a queste tematiche.

78 Visto
by Fierabràs il 15 Aprile 2010, 15:40:20

Sguardi sulle Differenze

Laboratorio di studi femministi «Annarita Simeone»

 

presenta


SPIVAK: LA SUBALTERNA PUÒ PARLARE?

23 aprile 2010 - ore 16,00

 

Università degli studi di Roma “La Sapienza”

Piazzale Aldo Moro, 5 - Roma

Dipartimento di studi europei e interculturali

III piano, aula seminario

  

discussione di:

 

Gayatri Chakravorty Spivak, Critica della ragione postcoloniale

Capitolo terzo: Storia (pp. 213-321)

 

intervengono:

Caterina ROMEO, Barbara DE VIVO, Angela D’OTTAVIO

 

modera: Monica PASQUINO

 

 

I testi oggetto della discussione sono disponibili presso il centro fotocopie Mirafiori della Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza (piano interrato, davanti Aula a vetri), dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 15.00.

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